Vicky's Melting Pot


Asakusa (浅草) 2011

Jan 16, 2023

This part reminded me of you. Many things still remind me of you. I am still very angry at you, not for something you did specifically, but for the way you were. And how that affected others around you.


The principal didn’t want to let my father go, and it was clear that she kept asking him questions just to hear his tone of voice again and, who knows, maybe hoping for further compliments or the start of a friendship with a courteous and refined person who had considered her worthy of his brilliant reflections. Even before she made up her mind to let us go, I was sure that as soon as we were in the courtyard my father would make me laugh, mimicking the tone of her voice, the way she made sure her hair was in order, the expression with which she reacted to his compliments. That is exactly what happened.

“Did you see how she batted her eyelashes? And the move with her hand, to smooth her hair? And her voice? Oh yes, uh-huh, professor, of course.”
I laughed, really like a child, my old childish admiration for that man was returning. I laughed loudly, but in embarrassment. I didn’t know whether to let go or remind myself that he didn’t deserve that admiration and scold him: you told her that men are always wrong and should assume their responsibilities, but you have never done that with Mamma, or with me.
You’re a liar, Papa, a liar who frightens me just because of that good will you can draw out when you want to.
...

His overexcitement at the success of his mission lasted until we were in the car. While he was still settling himself behind the wheel, my father rolled out pompous remarks one after another.
“Take this as a lesson. Anyone can be made to behave properly. You can be sure that for the rest of your high-school years that woman will be on your side.”
I couldn’t restrain myself and I said:
Not on mine, on yours.
...

“I don’t want anything. Everyone always does what you want, Papa, you know how to get inside people’s heads.






[original version]

La preside non voleva più lasciar andare mio padre, e si vedeva che gli rivolgeva domande e domande solo per sentirne ancora il tono di voce e chissà, forse sperando in altri complimenti o nell’inizio di un’amicizia con una persona gentile e fine che l’aveva considerata degna di belle riflessioni. Io, quando ancora lei non si decideva a lasciarci andare, ero già certa che appena nel cortile mio padre per farmi ridere avrebbe rifatto il tono della sua voce, il modo di verificare se i capelli erano in ordine, l’espressione con cui aveva reagito ai suoi complimenti. Fu quello che puntualmente accadde. «Hai visto come ha sbattuto le ciglia? E la mossa con la mano, per mettersi a posto i capelli? E la voce? Oh sì, uh uh, professore, ma no». Risi, proprio come da bambina, già mi stava tornando la vecchia ammirazione infantile per quell’uomo. Risi forte, ma in imbarazzo. Non sapevo se lasciarmi andare o ricordarmi che quell’ammirazione non se la meritava, e gridargli: le hai detto che gli uomini hanno sempre torto e devono assumersi le loro responsabilità ma tu con mamma non te le sei assunte mai, e nemmeno con me. Sei un bugiardo, papà, un bugiardo che mi fa paura proprio per questa simpatia che quando vuoi sai suscitare. ... La sovreccitazione per la buona riuscita della sua impresa durò finché non entrammo in macchina. Ancora mentre si sistemava al volante, mio padre infilò frasi boriose l’una dietro l’altra. «Questa prendila come una lezione. Si può mettere sull’attenti chiunque. Sta’ sicura che per il resto degli anni di liceo quella donna sarà sempre dalla tua parte». Non riuscii a frenarmi e risposi: «Non dalla mia, ma dalla tua». ... «Non voglio niente. Si fa sempre quello che vuoi tu, papà, sai come entrare nel cervello della gente».

Jun 11, 2020

Scritto pseudo-poetico steso di getto - 11 giugno 2020



Ti amo.
Non so spiegarlo in altro modo che così.
Non so nemmeno se sei reale, e probabilmente non lo sei.
Ti amo forse dal primo momento, anche se non ti conoscevo, anche se ero immersa nel mio.
Ti amo perché ho cercato di estirparti dal mio cuore, come un’erbaccia.
Ma dopo tutto questo tempo continui a mangiarmi dentro,
come le radici della malerba, come la testa di una zecca rimasta nella carne.
Ti amo e non dovrei, perché non ci siamo mai appartenuti.

Ti amo perché da prima ti stimavo, e poi ero invidiosa di te, e poi gelosa di te,
e poi di te delusa, ma non riuscivo a perdere la stima per te.
Ti amo perché non sei il mio tipo, sei tutto il contrario di ciò che mi può piacere in un uomo,
eppure ti ho desiderato.
Ti amo perché da prima ti ho voluto bene.

Ti amo perché ti odio.
Ti amo perché non te ne è mai importato di me.
Ti amo, e ti odio, perché hai sempre ragione tu.
Perché mi fai sentire una persona peggiore di te in ogni aspetto della mia persona.

Ti amo perché ti ho idealizzato. Perché più passa il tempo,
più il te che vive nella mia testa non ti assomiglia,
possiede una dolcezza ed una premura che non hai mai mostrato.
Ti amo, perché al tempo non avevo nessuno su cui contare,
ed ora perché non ho niente di meglio a cui pensare.
Ti amo perché avrei voluto una tua critica, un’altra, un’ultima volta.
Forse per sentire la ragione che non voglio avere.
Ti amo perché sei migliore di me in ogni aspetto della tua persona.

Ti amo perché hai un buco nero dentro, ma non ti lamenti come faccio io.
Avrei voluto lenirlo, ma non si colma un buco con un altro buco.
Ti amo per la luce che comunque ti ostini a portare, e per il buio che non ti meriti.
Ti amo, perché sei migliore di me in ogni aspetto della tua persona.

E’ proprio per questo che ti amo, perché sai che non sono buona per te.
Ti amo nonostante tutto, e proseguo da sola con la compagnia di un te che non sei.

Ti amo perché, nonostante le parole cancellate e le pagine strappate,
non ti ho mai ancora detto addio.





Apr 25, 2020


When I was fighting whether to stay or to leave, I was also listening to this song.
It's from Moana (ita: Oceania), Disney.

I was singing it today.
This girl was fighting too, between the urge to adapt and the need to be herself, following her feelings.

And that reminded me again of those talks.
Those talks that ended with the same conclusion: or you adapt, or you can't live here.
The talks were very clear and stated that I should adapt, 

like if it was not a big deal after all.

Ater years, I still don't agree with those words.
I can't be what I am not.
And I am not keen on compromising. 



And you don't dare tell me how I should be.


From my experience there, I then learned that I don't have this skill and I don't want it.

And most of all, I can't trust those who make large use of this beautiful skill.



I am wrong? Ok, then I am wrong. 



Nobody asked for your opinion anyway.





Però tutti paiono felici,qui non cambiano mai niente, penso ti ci abituerai.But everybody looks happy here, they never change anything, I think that you'll get used to it.

でもここは皆が幸せそうだ、何も変えたりはしないし、いつか慣れていくと思うよ。

Hanno quei bei volti sorridenti, sono sempre contenti ed appartengo a loro ormai.
They have those nice smiling faces, they are always happy and I belong to them now.
皆が笑顔でいつも満足してる。私はもはや彼等に属してしまってるね。

Posso comandare, lo dimostrerò, mi saprò adattare se mi impegnerò,I can command, I will prove it, I will be able to adapt if I work hard,
良いリーダーになれることを認めるぞ、頑張ったらちゃんと順応できる

Ma la voce dentro che grida "NO" cresce forte in me!
But that voice inside screaming "NO" grows stronger in me!
だけど私の中のその声がますます大きく「ダメ」だと言うんだ!

Jan 13, 2020

Deviantart: Siblings


I am particularly proud of this one.

check my Deviantart page if you want.
https://www.deviantart.com/victorialucenera




Dec 13, 2019

da Internazionale

<<Voi credete che quello che vi rendeva felici a nove anni fosse giocare a palla, acchiapparella o nascondino, ma quello che vi rendeva veramente felici era non avere un mutuo o un affitto da pagare, nessuna bocca da sfamare, nessuna tensione coniugale.
Era solo un modo per riempire il tempo, di esprimere la vostra libertà, ma non ne era la causa (commettiamo un errore simile quando ci lamentiamo dell’epoca sociopolitica in cui viviamo: uno dei motivi per cui pensiamo che la vita fosse più semplice e quindi più bella 20, 30 o 50 anni fa è che eravamo bambini, quindi per noi lo era sul serio. (...))>>

https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2019/09/17/equivoco-adulti-bambini


https://www.internazionale.it/reportage/norimitsu-onishi/2019/09/20/solitudine-signora-ito